Alpidoc 92

Sommario

BOTTA E RISPOSTA
Parco = divieto. Ma è ancora così?

90 GIORNI
Sentieri e rifugi – Speleologia

CRONACA ALPINISTICA
Canali, cascate e goulotte

VOGLIA DI GITE
Quo vado?
di Renzo Dirienzi

VOGLIA DI NEVE
Non ci resta che sognarla?

di Igor Napoli

VOGLIA DI RIPIDO
Il coraggio di tuffarsi
di Igor Napoli

NATURA
Escursione che fai, volo che osservi
di Luca Giraudo

PERSONAGGI
Ma ti ses ’n preivi?
di Mario Maffi

Appassionato, infaticabile, generoso:
un vero francescano di mondo
di Guido Peano

IL RACCONTO
La piccola grande storia di Elisabetta Pastorelli da Carnino
di Paolo Castellino

UN LIBRO
La Ferrovia delle Meraviglie
di Enrica Raviola

LE ALPI DEL SOLE
Notizie dalle sezioni

L’editoriale pubblicato sul numero 91 di Alpidoc ha sollevato il dibattito intorno al ruolo dei Parchi. Come emerge dalle due lettere che pubblichiamo, nell’immaginario collettivo prevale un’idea di Area Protetta che non corrisponde più alla realtà dei fatti. Come si cerca di spiegare nella risposta…

 editoriale pubblicato sul numero 91 di Alpidoc ha sollevato il dibattito intorno al ruolo dei Parchi. Come emerge dalle due lettere che pubblichiamo, nell’immaginario collettivo prevale un’idea di Area Protetta che non corrisponde più alla realtà dei fatti. Come si cerca di spiegare nella risposta…

 

NO ALLE IMPOSIZIONI DALL’ALTO!

In relazione all’intervento di Nanni Villani pubblicato sul numero 91 della rivista Alpidoc mi permetto di fare alcune precisazioni sul mio punto di vista in merito alla situazione in alta Val Tanaro, dove si sono venuti a contrapporre favorevoli e oppositori all’ampliamento del Parco delle Alpi Marittime.

[…] Sono geologo di professione, speleologo, scialpinista, escursionista, fungaiolo, agricoltore, pescatore, socio CAI da quasi 40 anni, cacciatore e anche trialista per la pura passione che mi lega alla mia terra dove ho posato solide radici. Nella mia vita ho scelto di rimanere in valle nonostante le possibilità di lavoro altrove fossero ben più allettanti. 

Ma andiamo al dunque, non intendo ribattere quanto affermato nell’articolo e tantomeno commentare l’infelice foto che lo introduce, ma solamente esprimere alcune opinioni.

Il Parco c’è ed esiste in valle da almeno 25 anni! Oggi si parla di ampliamento, è questo ampliamento sul Comune di Ormea che “dovrebbe” cambiare drasticamente l’economia della valle! Quello che io ho contestato fin da quando si è iniziato a parlare dell’argomento è il metodo con cui l’iniziativa è stata portata avanti. Mettere in gioco il territorio di una comunità per tempi indeterminati e indeterminabili deve necessariamente avere il consenso della comunità che lì ci vive! Cosa vuol dire questo? Vuol semplicemente dire che il progetto di Parco e tutti i regolamenti annessi e connessi dovrebbero partire dal basso o comunque essere preventivamente concordati con la popolazione residente! Non sto parlando in particolare di cacciatori, ma di proprietari terrieri, agricoltori, pastori, boscaioli, fungaioli, scialpinisti, alpinisti, motociclisti, pescatori, artigiani, commercianti, operatori turistici, eccetera, cioè dei cittadini della realtà di cui si parla.

[…] Detto questo veniamo alle proposte di sviluppo del nostro territorio. Non entro nel merito di quello che ne ha determinato la crisi industriale, artigianale, agricola, ma ricordo soltanto che bene o male chi è oggi a proporre il Parco era già lì 30 anni fa in prima linea ad amministrare i nostri territori. Cosa servirebbe per fare un salto di qualità, Parco o non Parco? Avere una comunità coesa, con fini comuni di accrescimento e benessere collettivo! Vado a spiegare meglio con un piccolo esempio il mio concetto: se io comune cittadino appassionato di mountain-bike (ma possiamo anche pensare qualunque altra attività ludica che si fa comunemente sul nostro territorio, caccia compresa) mi sentissi talmente convinto sostenitore dell’attività che conduco da farla diventare una fonte di potenziale lavoro e reddito, promuovendo un turismo e accompagnando altri appassionati, oggi mi ritroverei, nel mio paese, ad avere più nemici che amici! Qui sta il problema!

Nelle realtà che funzionano, vedi Trentino o altre zone a vocazione turistica, c’è uno spirito imprenditoriale e l’offerta è data a 360 gradi, su ogni attività ludica, dallo sci all’arrampicata, dal trial al 4×4, dal cavallo al cane da slitta (tutte con egual dignità e rispetto)! Ognuno porta avanti la sua iniziativa con regole chiare e preventivamente concordate e benestare della comunità! In un contesto tale ci può anche stare il Parco, grosso o piccolo, sulle alte cime o nelle borgate fino al Tanaro e anche oltre, basta che sia concordato preventivamente e che non vada a ledere o a vietare in alcun modo le attività possibili o potenziali, ma vada a promuovere e valorizzare il nostro magnifico territorio. La scelta oggi in ballo di realizzare l’ampliamento del Parco senza una condivisione di intenti con la popolazione va diametralmente in senso opposto a quanto da me auspicato. Contrapporre fazioni all’interno della comunità equivale a creare astio e condizioni inadatte a qualunque idea di crescita e investimento! La serata sul “No all’ampliamento del Parco”, come ricordato da Nanni Villani, non è stata orientata a un dibattito ma a una chiara e forte espressione di disappunto di una grossa parte della popolazione montana (associazioni, amministrazioni, categorie, eccetera, certamente testimoni diretti, ma non fantocci in sfilata) sui fini e metodi delle attuali Aree Protette che sono basate in modo preponderante sui DIVIETI e non sui regolamenti. Divieti e regolamenti comunque imposti dall’alto alle popolazioni locali e non discussi o concordati! Certamente padroni a casa nostra! Con regole chiare e condivise all’interno della comunità, regole fatte “per” e non “contro” il territorio, le attività, la natura, la fauna, la flora, eccetera.

Immagino che il signor Nanni Villani (Ufficio Stampa del Parco naturale delle Alpi Marittime) sia e si senta padrone a casa sua e ne sia fiero. Così è anche per me!

Il dibattito, il confronto, e qualunque altra forma di discussione sarà eventualmente possibile nei vari tavoli tecnici, commissioni, eccetera, tanto decantati oggi, a cose apparentemente fatte, decise in chissà quale stanza della sede del Parco, del Comune o della Regione Piemonte, sulle spalle però di chi sul territorio ci vive, senza la divisa di guardiaparco e senza la poltrona di amministratore o consulente dell’ente.

Aldo Acquarone

 

LE AREE PROTETTE SONO TERRITORI VOTATI ALL’IMMOBILITÀ

Caro Villani, il tuo editoriale “A chi giova tagliare la testa ai Parchi?” sull’ultimo numero di Alpidoc è certamente condivisibile, specie dove concludi che «una serie di interessi individuali difficilmente corrisponde all’interesse generale di una collettività». Mi chiedo però se il modello attuale dei Parchi sia sempre e dovunque la cosa migliore.

Senza togliere ai Parchi i loro sicuri meriti, non possiamo però ignorare che nascono con due vizi. Il primo lo vedo legato alle originarie motivazioni estetiche (la tutela delle” bellezze naturali” della legge B. Croce del 1922). È vero che si è passati poi a considerare anche altri valori come quelli scientifici, quelli della biodiversità, dell’integrità ecosistemica e ad accettare la compatibilità di certe attività umane. Però nel senso comune, come nelle prassi gestionali correnti, mi sembra prevalga ancora l’idea che i Parchi siano territori votati all’immobilità, come se fossero opere d’arte, monumenti della natura. Secondo me questa visione statica della conservazione può andar bene nelle aree dove ci sono solo ecosistemi naturali da preservare, come per esempio al di sopra del limite dei pascoli. Dove invece gli ecosistemi e il paesaggio montano sono il risultato di una millenaria interazione delle popolazioni umane con gli ambienti naturali, la visione conservativa non può essere statica. Deve creare le condizioni perché queste interazioni co-evolutive di lunga durata possano proseguire aggiornandosi, in modo da permettere la riproduzione innovativa degli ambienti e dei paesaggi che esse hanno generato nel corso della storia, cioè i valori che vogliamo preservare. Questo vuol dire che, per svolgere bene la sua funzione, un Parco dovrebbe farsi carico dello sviluppo sostenibile dei territori abitati e abitabili, nel senso di favorire una loro evoluzione moderna che rispetti quelle “regole di trasformazione” (specifiche di ogni cultura locale) che nel corso della storia hanno prodotto l’ambiente e il paesaggio che oggi ammiriamo. Sappiamo infatti che senza questi  interventi prevarrà  una “rinaturalizzazione” distruttiva di biodiversità, paesaggio, risorse economiche, varietà culturale. Si tratta, come si vede, di un’idea di sviluppo diversa da quella riduttiva del Parco-azienda che oggi va di moda. Diversa soprattutto perché passa necessariamente attraverso la mediazione attiva delle comunità locali. E qui veniamo al secondo vizio originario dei Parchi, quello di essere pensati e imposti dall’alto, con norme e regolamenti ragionevoli in astratto, ma non sempre appropriate alla varietà dei contesti locali. Con la conseguenza che gli interessi generali tutelati dai Parchi possono apparire separati se non contrari a quelli locali. 

L’alternativa sarebbe che di questi interessi – generali e locali – si facessero carico le comunità direttamente interessate, unendosi per promuovere uno sviluppo autoregolato del loro territorio, rispondente ai principi di sostenibilità che ho ricordato prima. Secondo me questa sarebbe la via normale da seguire, se ci fosse la volontà politica di farlo con un adeguato sostegno normativo, tecnico e finanziario da parte dei livelli superiori di governo. In attesa che ciò accada, i Parchi, grazie alle loro competenze istituzionali in tema di gestione e di sviluppo, dovrebbero muoversi in questa direzione. So che alcuni Parchi già lo fanno, anche se non sempre con visioni condivise dagli attori locali. L’importante è che si faccia strada una visione dinamica, evolutiva e localmente più condivisa della conservazione. Un grazie ad Alpidoc che ci invita a riflettere sulle questioni che stanno a cuore a chi ama la montagna.

Beppe Dematteis, presidente Associazione Dislivelli

 

E SE LI CHIAMASSIMO COMUNITÀ?  

Il signor Acquarone lamenta il mancato confronto con le realtà locali rispetto al possibile ampliamento in territorio di Ormea del Parco delle Alpi Marittime. Se così è stato, sarebbe opportuno porvi rimedio. Noto però che lui si è fatto promotore di un incontro in cui – come egli stesso ammette – è stato negato qualsivoglia genere di confronto. A una lettura forse superficiale sembrerebbe dunque che si pretenda ciò che non si offre. E non è l’unica contraddizione. Si sostiene giustamente che «contrapporre fazioni all’interno della comunità equivale a creare astio e condizioni inadatte a qualunque idea di crescita e investimento», ma ciò dopo che nella serata in questione si è sparato a zero contro gli operatori turistici, rei di essersi schierati a favore del Parco solo perché mossi da interessi di portafoglio.

Vicende come questa chiariscono come mai in un paese di montagna chiunque agiti in qualche modo le acque si troverà «ad avere più nemici che amici!» (cito ancora Acquarone). D’altronde la logica del tutti contro tutti è prevalsa anche nel processo di creazione delle Unioni Montane, e il risultato è sotto gli occhi di ognuno. Se non ci fosse stata una imposizione dall’alto (né più e né meno come nel caso dei Parchi) oggi ciascun Comune farebbe da sé.

Ma veniamo al tema centrale evocato dai due interventi, e cioè il ruolo dei Parchi nei processi di sviluppo locale. Chi si sia occupato in qualche modo della questione, sa bene che da un bel po’ di tempo (vent’anni?) la parola d’ordine è “valorizzazione”. Non c’è amministratore che in dibattiti e convegni non abbia sottolineato la necessità di passare a una “fase due”: dopo la conservazione, è giunta l’ora della valorizzazione del territorio. Per carità: non si è mai detto che la prima ricopra un ruolo secondario, ma a prevalere è l’idea che la conservazione sia un traguardo ormai raggiunto e acquisito (senza considerare, forse, che il mondo cambia giorno dopo giorno e non esistono risultati che possono essere dati per definitivi…).

I Parchi si sono adeguati – chi più chi meno; comunque, mi permetto di dire, giustamente – ai nuovi indirizzi. Soprattutto grazie ai fondi europei, le Aree Protette hanno investito nel miglioramento dell’accoglienza e della fruizione turistica, nell’incentivazione di forme di mobilità sostenibile, nel sostegno e promozione delle produzioni locali. E lo hanno fatto coinvolgendo il più possibile le forze più attive presenti sul territorio. Se qualcuno si prendesse la briga di scorrere i bilanci dei vari enti, scoprirebbe che le risorse investite in questi ultimi anni nella cosiddetta valorizzazione sono enormemente superiori a quelle destinate alla conservazione. 

Mi pare dunque che «l’idea che i Parchi siano territori votati all’immobilità, come se fossero opere d’arte, monumenti della natura» sia confutata dai fatti. Detto ciò, personalmente non penso che i Parchi rappresentino un modello esportabile ovunque. Anzi, mi auguro che davvero si possano realizzare le condizioni affinché delle Aree Protette non ce ne sia più bisogno, ovverossia si concretizzi finalmente un sistema di gestione complessivo del territorio capace di coniugare il rispetto e il corretto utilizzo delle risorse ambientali con le esigenze di sviluppo delle comunità locali. 

Al momento non mi sembra che le neonate Unioni di Comuni possano rappresentare un riferimento in tal senso. Dopo un parto molto travagliato, è necessario un periodo di rodaggio, che peraltro potrebbe anche rivelarsi non breve. Oggi, che piaccia o meno, in molte situazioni i Parchi sono l’unica forma di autogoverno di territori “marginali”: non dimentichiamoci che, grazie alla recente legge di riordino delle Aree Protette piemontesi, sono gli amministratori locali ad avere in mano le chiavi della macchina Parco.

Secondo Dematteis i Parchi hanno due peccati originali: sono nati da motivazioni essenzialmente estetiche; sono stati calati dall’alto. Non entro nel merito. Ma provo ad andare oltre, chiedendo: c’è modo di espiare la colpa o sono dannati per sempre? 

Mi pare di capire che secondo l’amico Beppe l’aver mutato la propria natura non sia sufficiente. E di ciò sembrerebbe tutto sommato convinto un altro grande conoscitore di cose alpine, Annibale Salsa, che a margine di un incontro sulla candidatura a Patrimonio Mondiale UNESCO delle Alpi del Mediterraneo, ha avanzato una sorprendente possibile soluzione. I Parchi – dice in sostanza Salsa – sono figli di un’epoca in cui la civiltà urbana, dopo aver distrutto gran parte del territorio, ha puntato per contrappeso sulla creazione di spazi sottoposti a protezione, imponendo una serie di vincoli a chi in quei territori ci viveva. 

Anche se una nuova fase ha avuto inizio, anche se i Parchi (almeno una parte) hanno saputo radicarsi nel tessuto economico e sociale, nell’immaginario collettivo il binomio Parco-imposizione è indissolubile. E dunque non resta che una soluzione: dare ai Parchi un altro nome. Pare che gli svizzeri ci stiano pensando seriamente, dunque non siamo nel regno della fantascienza. I tempi cambiano, le forme di gestione del territorio si trasformano, ed è bene che anche le definizioni rispecchino questi mutamenti. 

A qualcuno potrebbe sembrare una semplice operazione di maquillage. Ma chi attribuisce il giusto valore alle parole, sa quanto queste pesino. Dunque spazio alla fantasia. 

Io, che di fantasia ne ho poca, opterei per una operazione di riciclaggio. Giàcché con il passaggio dalle Comunità alle Unioni il termine “comunità” è tornato libero, è su questo che si potrebbe puntare. La Comunità delle Alpi Marittime (ex Parco delle Alpi Marittime) – cito a puro titolo di esempio un territorio che mi sta particolarmente a cuore – verrebbe a configurare lo spazio geografico in cui si trovano a interagire comunità, composte da uomini, animali, piante, che secondo una logica di convivenza sono impegnate in quel processo senza fine rappresentato dalla ricerca di un equilibrio.

Nanni Villani

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Quo vado?

testo e foto di Renzo Dirienzi S Nella pagina seguente, dall’alto: Prato Nevoso, memorabile discesa in neve fresca da Cima Vuran; il Rifugio Balma al limite delle nevi: la gita di scialpinismo appena iniziata è già finita; difficile trovare un pendio in neve non ancora tracciato.


Escursione che fai, volo che osservi

Parlare di rocce, o meglio di geologia, in relazione all’avifauna può apparire strano dal momento che siamo abituati ad associare gli uccelli all’elemento “aria”. In realtà la presenza di una specie piuttosto che di un’altra in un determinato ambiente è dovuta alla morfologia del terreno. Proprio come accade per tutte le forme di vita che popolano il nostro pianeta.


La piccola grande storia di Elisabetta Pastorelli da Carnino

Elisabetta era lì, a pochi passi da me, eppure non avrei saputo dirne l’età, il colore dei capelli o degli occhi, l’espressione, la statura. Era lì, proprio dinnanzi a me, ma, in quel mezzo metro, a separarci c’erano centotrentun anni. Avete letto bene. La donna era morta durante una tormenta a monte di Carnino, poco sopra quella gola che immette nel Vallone delle Saline, nel lontano 3 dicembre 1883.